Cosa racconta The AI Doc e perché l’apocalottimismo non basta
Sono arrivato alla fine di The AI Doc: Or How I Became an Apocaloptimist più inquieto di quando l’ho iniziato. Il che è un problema, perché l’avevo messo su sperando nel contrario.
Il documentario di Daniel Roher e Charlie Tyrell parte da una notizia domestica. Roher scopre che sua moglie aspetta un figlio e si ritrova con una domanda che non riesce a togliersi di dosso: ha senso mettere al mondo un bambino adesso, con l’intelligenza artificiale che accelera in questo modo e con metà delle persone competenti in materia che prevedono disastri. Per centoquattro minuti va a chiederlo a chiunque conti qualcosa nel settore, dai ricercatori che parlano di rischio esistenziale ai dirigenti delle aziende che quel rischio lo stanno producendo.
La parola del titolo arriva a un certo punto da uno degli intervistati. Apocalottimista: chi tiene gli occhi aperti sui pericoli e rimane comunque disposto a scommettere sul risultato. Non è una posizione ingenua, ed è il motivo per cui il film ha convinto quasi tutta la critica.
Su Roher funziona. Lui ha una decisione sola da prendere, riguarda la sua famiglia, e alla fine la prende assumendosene il peso. Il guaio comincia quando provi ad applicare la stessa postura a una tecnologia che nessuno controlla per intero. Lì smette di descrivere una scelta e comincia a descrivere uno stato d’animo, che è una cosa molto più comoda: permette di dichiararsi consapevoli senza dover cambiare niente di quello che si sta facendo.
Catastrofisti, entusiasti e fondatori: chi dimentica il costo dell’IA
Il film mette in fila tre posizioni e le lascia una accanto all’altra. Ci sono quelli che temono il disastro, e hanno argomenti seri: disoccupazione cognitiva su larga scala, strumenti biomedici che funzionano altrettanto bene al contrario, sorveglianza e manipolazione a costo quasi zero. Ci sono gli entusiasti, che elencano cure, istruzione gratuita per chiunque, modelli climatici e agricoli che oggi non sappiamo costruire. Poi ci sono i fondatori delle aziende che questa roba la producono, che si tengono in mezzo.
Sulle promesse degli entusiasti non ho obiezioni, perché sono in buona parte già verificabili. Il problema arriva quando provi a chiedere quanto costano, e ti accorgi che la domanda non è prevista. Il beneficio viene presentato da solo, come se non avesse un prezzo attaccato.
Una tecnologia si giudica su tre piani insieme: se regge economicamente, se regge socialmente, se regge sul piano ambientale. Toglierne uno rende il giudizio inutile.
Sul piano ambientale qualche numero c’è. Secondo l’Agenzia internazionale dell’Energia, nel 2025 i consumi elettrici dei data center sono cresciuti del 17%, mentre la domanda elettrica mondiale nello stesso anno saliva del 3%. Entro il 2030 quei consumi sono destinati a raddoppiare, e la quota legata all’intelligenza artificiale a triplicare. Da leggere con onestà: nelle proiezioni dell’IEA, nel 2030 tutti i data center del pianeta peseranno attorno al 3% dell’elettricità globale, quindi non è la fine del mondo. È però la crescita più veloce del sistema, si concentra in pochi territori e arriva su reti che quella corsa non l’avevano messa in conto.
Sul piano sociale il conto è più lungo e comincia molto prima del centro dati. Un processore e la corrente che lo alimenta partono da rame, grafite, litio, gallio e cobalto. Del cobalto la Repubblica Democratica del Congo estrae circa il 70%, e una parte esce da miniere artigianali dove si scava a mano, senza protezioni e senza contratti. Le inchieste sulle condizioni di lavoro in quei siti, lavoro minorile compreso, vanno avanti da un decennio. La raffinazione poi si concentra altrove: secondo l’Agenzia internazionale dell’Energia, escludendo le terre rare, il primo paese raffinatore da solo copre in media il 72% della fornitura mondiale di questi materiali.
Dall’altro capo della filiera c’è chi la tecnologia la usa, e sono meno di quanti immagini. I dati dell’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni dicono che nel 2025 due miliardi e duecento milioni di persone restano senza collegamento a internet, e che la differenza non è marginale: naviga il 94% degli abitanti dei paesi ad alto reddito contro il 23% di quelli a basso reddito. La copertura 5G segue la stessa curva, 84% contro 4%.
Mettendo insieme le due estremità si vede la forma del problema. I materiali li tira fuori chi non userà mai questi strumenti, i benefici arrivano a chi era già collegato, e il salto di produttività promesso si deposita dove la ricchezza si era già accumulata. Chiamarla disuguaglianza è persino riduttivo: è un trasferimento nella direzione sbagliata, e nessuna delle tre posizioni del film si prende la briga di quantificarlo.
Sul piano economico il conto è ancora aperto, e chi lo apre viene trattato male. Le cifre in gioco sono note: secondo l’Agenzia internazionale dell’Energia, cinque grandi aziende tecnologiche hanno superato i quattrocento miliardi di dollari di investimenti nel 2025, e per il 2026 prevedono di aumentarli di un altro 75%. Quanto di quella spesa tornerà indietro, e in quanto tempo, nessuno lo sa dire con numeri che reggano. Il che sarebbe normale in qualsiasi settore nuovo, se non fosse che sulla stessa scommessa si stanno riscrivendo i piani industriali di mezzo mondo.
Perché il paragone tra intelligenza artificiale e nucleare non regge
Quando si arriva al punto in cui qualcuno dovrebbe rallentare, il film registra un movimento ricorrente. I fondatori riconoscono i rischi, dicono che la corsa non possono fermarla da soli e indicano i governi come destinatari del problema. Poi aggiungono che dovremo evolvere come società.
La prima parte è sincera e anche vera: chi si ferma per primo regala il vantaggio agli altri, e nessuno ha il potere di imporre una pausa a tutti. La seconda parte è dove il ragionamento si sfalda. L’evoluzione culturale di una società si misura in generazioni, la corsa verso sistemi più capaci si misura in mesi. Chiedere alla più lenta delle due di arrivare prima dell’altra è un modo elegante per non decidere.
Il paragone con il nucleare torna spesso, e in parte funziona. Anche lì una scoperta apriva due porte opposte, anche lì c’era una corsa, e anche lì esiste un punto di strozzatura fisico: allora l’uranio arricchito, oggi i centri dati e i processori, che si vedono da satellite e non si nascondono in un garage.
Quello che non regge è chi sta dalla parte del manico. Le armi atomiche sono rimaste in mano a governi, con una responsabilità pubblica sopra la testa e trattati che qualcuno controlla. Qui la capacità sta altrove: secondo l’edizione 2026 dell’AI Index di Stanford, oltre il 90% dei modelli di frontiera usciti nel 2025 viene da aziende private, e la trasparenza sui dati e sui criteri di costruzione è andata calando invece che crescere. Aggiungi che una parte della corsa si svolge in paesi dove la discussione pubblica non esiste, e capisci perché la delega ai governi somigli a un pacco spedito a un indirizzo sbagliato.
C’è poi una differenza che raramente viene detta. Nessuno ha mai desiderato una bomba atomica nel proprio ufficio. L’intelligenza artificiale invece la vuoi, la compri, la installi, e lo fai di tua iniziativa. Il che sposta una parte del problema in un posto che ci riguarda molto più da vicino.
Cosa dicono i dati Istat sull’adozione dell’IA nelle PMI italiane
Qui il dato italiano dice una cosa che merita attenzione. Secondo l’indagine Istat sulle imprese e le tecnologie dell’informazione, nel 2025 le PMI che usano almeno una tecnologia di intelligenza artificiale sono il 15,7%, il doppio dell’anno prima. Fin qui la notizia è buona. Poi c’è il numero che nessuno ha ripreso: tra le imprese che dichiarano di usare l’intelligenza artificiale, un terzo non sa indicare a quale ambito aziendale serva, e oltre otto su dieci di queste hanno tra i dieci e i quarantanove addetti.
Rileggiamolo con calma. Un’azienda su tre paga uno strumento, lo usa, e alla domanda “a cosa ti serve” non ha una risposta da dare a un rilevatore. È l’adozione che precede la decisione.
Non succede per superficialità. Succede perché lo strumento entra da una porta che nessuno sorveglia: qualcuno se lo installa per conto suo, il fornitore lo include nel canone del gestionale, un collaboratore giovane lo usa da mesi e nessuno gliel’ha chiesto. Quando la tecnologia arriva così, la domanda sul costo non viene rimossa, semplicemente non trova un momento in cui essere fatta. Non c’è una riunione in cui si valuta, quindi non c’è un posto dove obiettare.
E il costo esiste, su tutti e tre i piani.
- Su quello economico raramente coincide con la licenza: sta nel tempo che qualcuno passa a controllare quello che la macchina produce, e nei lavori rifatti quando quel controllo non c’è stato.
- Su quello sociale il conto arriva dopo: se il preventivo, la scheda tecnica e la risposta al cliente le scrive uno strumento, chi è entrato in azienda l’anno scorso non impara a farle, e fra tre anni non hai in casa nessuno capace di giudicare se quello che esce ha senso.
- Sul piano ambientale una piccola impresa ha poca leva e sarebbe ipocrita fingere il contrario, ma sapere che un uso a consumo ha un prezzo energetico reale cambia il modo in cui si decide quanto e dove usarlo.
C’è infine lo stesso movimento che il film mostra su scala globale. I fondatori passano il problema ai governi, l’imprenditore lo passa al fornitore o al consulente di turno. In entrambi i casi chi riceve la delega non ha nessun motivo per farti notare il conto.
Cosa può decidere davvero un imprenditore sull’intelligenza artificiale
Alla fine del film Roher il figlio lo fa. Non perché abbia risolto il dubbio, ma perché ha capito che quel dubbio non si risolveva e che la decisione restava sua. È il motivo per cui l’apocalottimismo funziona su di lui: c’era una scelta vera, con un nome sopra, e qualcuno se n’è preso il peso.
La stessa cosa non si può dire della corsa tecnologica nel suo insieme, dove la decisione è di tutti e quindi di nessuno. Si può però dire di un’azienda. Un imprenditore non rallenta di un giorno lo sviluppo dei sistemi più avanzati, e su quel piano la sua opinione conta quanto la mia. Dentro il perimetro che governa, però, decide davvero: cosa entra, per fare cosa, a quale prezzo, e chi in azienda resta capace di giudicare il risultato. È poco rispetto al quadro globale. È molto più di quello che oggi viene effettivamente esercitato.
Il problema è che quella domanda non si presenta da sola. Nessun fornitore arriva a spiegarti cosa il suo strumento ti costa sul piano organizzativo, e sarebbe strano il contrario. Nessun collaboratore entusiasta apre la riunione dicendo che tra due anni nessuno saprà più fare a mano il lavoro che sta automatizzando. Se la domanda non la porta qualcuno al tavolo, al tavolo non ci arriva, e si finisce nel terzo di aziende che usano qualcosa senza sapere dire a cosa serva.
Portarcela è il mestiere di chi si occupa di organizzazione, di mercato e di sistemi dentro le imprese, ed è una responsabilità meno comoda di quanto sembri, perché significa rallentare una decisione che tutti hanno già preso in testa. Ma è l’unico punto della catena in cui rallentare ha ancora un effetto misurabile.
Il documentario non mi ha rassicurato, e sospetto che non fosse quello il suo compito. Mi ha però chiarito una proporzione: la parte di questa storia su cui hai ancora una mano sul volante è molto più piccola di quanto vorresti, e molto più grande di quella che stai usando.



