Cosa si intende con Subscription economy?
Negli ultimi mesi il settore tecnologico ha offerto quattro casi che, messi in fila, valgono più di qualsiasi report di mercato.
A settembre Sony cancellerà 551 film e serie TV dagli account PlayStation nel Regno Unito. Nessun rimborso, nessuna compensazione, nessun contenuto sostitutivo: chi li aveva pagati li perde comunque, perché l’accordo di licenza con StudioCanal è scaduto. Non era un abbonamento, era un acquisto. O almeno, così pensavano gli utenti.
BMW aveva provato a far pagare un canone mensile per attivare i sedili riscaldati, hardware già montato in fabbrica, presente sotto ogni cliente che avesse comprato l’auto. I clienti pagavano comunque l’hardware anche se non lo volevano, ma per usarlo dovevano sbloccarlo pagando una seconda volta. Le proteste sono state tali che BMW ha fatto marcia indietro, salvo mantenere il modello per le funzioni davvero connesse, un dettaglio che, come vedremo, cambia tutto.
Haier ha lanciato da qualche mese Washpass: una lavatrice in abbonamento che include installazione, detersivi e assistenza per l’intera durata del contratto. La parola chiave (“abbonamento”) è la setessa ma la logica è opposta a quella di BMW: qui non possiedi nulla e non fingi di possederlo, ricevi un servizio completo in cambio di un canone.
E poi c’è Apple che di ecosistemi chiusi ha fatto un modello di business. Non è passato nemmeno un mese dalla sentenza che l’ha costretta ad aprirsi, e il gatekeeper è già tornato alla carica con uno strumento diverso. Il 28 luglio, Apple ha lanciato negli Stati Uniti Apple Upgrade, un programma di leasing gestito con Klarna che permette di pagare iPhone, Mac, iPad e Apple Watch a rate mensili, con la possibilità di cambiare dispositivo, riscattarlo o restituirlo a fine contratto.
Il tempismo non è casuale: il lancio coincide con gli aumenti di prezzo imposti dal RAMageddon, la crisi globale dei chip di memoria, e un canone leggero spalmato su tre anni rende quegli aumenti decisamente più digeribili.
Il tribunale ha aperto la porta dell’ecosistema. Apple, nel frattempo, ha trovato un modo nuovo per tenerti dentro comunque attraverso gli abbonamenti.
Quattro aziende, quattro settori, la stessa parola in bocca a tutte: abbonamento. Ma di questi quattro casi, solo uno la rispetta davvero. Gli altri tre, ciascuno a modo suo, la tradiscono: chi ti fa pagare due volte lo stesso pezzo di hardware, chi ti cancella un acquisto già pagato, chi controlla così tante leve dell’ecosistema da aver bisogno di un tribunale per essere rimesso in riga.
Servitizzazione vera o abbonamento predatorio?
Della servitizzazione ne ho già scritto in un articolo precedente e nei miei due libri, “Sveglia, PMI!” e “La gabbia perfetta”: si tratta di trasferire al fornitore il possesso, il rischio e la gestione di qualcosa che prima gravava tutto sul cliente. Il canone, in quello scambio, è il prezzo di un peso che non porti più tu. Per capire se un abbonamento rispetta questa logica o la tradisce bastano tre domande.
Primo: cosa ricevi che prima non avevi?
Con Washpass di Haier, la risposta è concreta: installazione, detersivi, manutenzione, un servizio che senza abbonamento semplicemente non esisterebbe. Con i sedili riscaldati BMW, la risposta è: niente. L’hardware era già lì, pagato, montato. Il canone non aggiungeva un servizio: toglieva un accesso che il prezzo d’acquisto avrebbe dovuto includere.
Secondo: chi si prende il rischio?
Nella servitizzazione vera, il rischio di obsolescenza, guasto, gestione del ciclo di vita passa al fornitore, è lui che deve tenersi il problema, non tu. Nel caso Sony, è vero l’esatto contrario: il rischio di un accordo di licenza scaduto, che nessun utente poteva prevedere né controllare, è ricaduto interamente su chi aveva pagato. Un servizio che scarica il rischio sul cliente è solo vendita di un bene con un modulo di pagamento diverso, finché conviene al venditore.
Terzo: puoi uscirne senza perdere ciò che pensavi di avere?
È il test più severo, ed è quello su cui Apple ha perso in tribunale: un ecosistema chiuso, dove cambiare fornitore significa perdere l’accesso a ciò che hai costruito dentro di esso è una gabbia con la porta socchiusa, puoi anche uscire, ma lasci tutto dentro.
E con il lancio di Apple Upgrade il caso si complica. Sottoposto da solo alle prime due domande, il risultato sorprende: offre una flessibilità reale (cambiare dispositivo, riscattarlo, restituirlo) e il rischio del valore residuo, almeno in parte, passa ad Apple e al suo partner finanziario Klarna. Sulla carta, assomiglia più a Washpass che ai sedili riscaldati BMW.
Ma il test in tre domande giudica un contratto, non un’azienda. E un’azienda che controlla già hardware, software e le regole dell’ecosistema può permettersi di offrire un contratto individualmente pulito e ottenere comunque lo stesso risultato: tenerti dentro, rata dopo rata, senza che tu debba mai davvero decidere di restarci.
La domanda giusta, a quel punto, non è più “questo contratto rispetta il patto?” ma “chi altro, oltre a chi me lo offre, controlla ciò da cui dipendo?“. Se la risposta è nessuno, il contratto può anche essere ineccepibile: la gabbia resta comunque quella di prima, solo con un canone più basso.
Tre domande, non trenta pagine di teoria. Bastano per giudicare quasi ogni contratto, tranne quelli firmati con chi controlla già tutto il resto. Lì, come mostra Apple, ne serve una in più.
Subscription economy e concorrenza: quanto rischia davvero il consumatore
Il rischio non nasce dall’abbonamento in sé ma dal fatto che il fornitore controlla contemporaneamente tre cose: l’hardware, il software, e le regole del gioco, con la possibilità di cambiarle a partita in corso. Più queste tre leve stanno nelle stesse mani, più il consumatore perde potere contrattuale. È esattamente il profilo di Apple.
- Il Dipartimento di Giustizia americano indaga sulle commissioni dell’App Store, che oscillano tra il 15% e il 30% su ogni acquisto in-app.
- L’Unione Europea ha già inflitto una sanzione record da 1,8 miliardi di euro per le clausole che impedivano agli sviluppatori di segnalare agli utenti metodi di pagamento alternativi.
- L’Antitrust italiana ha aperto un’istruttoria su iCloud, verificando se i concorrenti abbiano davvero pari accesso alle stesse componenti hardware e software riservate ai servizi Apple.
- E l’8 luglio 2026 la Corte di Giustizia UE ha chiuso la partita, confermando lo status di gatekeeper e obbligando Apple ad aprire un ecosistema costruito per restare chiuso.
Qui sta il punto che conta per un consumatore: quando serve una sentenza europea per far funzionare la concorrenza, vuol dire che la concorrenza da sola non stava funzionando.
Ma sarebbe disonesto fermarsi qui, perché non tutti i casi hanno avuto bisogno di un tribunale. BMW ha ritirato l’abbonamento ai sedili riscaldati per le critiche dei clienti, senza che nessun giudice intervenisse. E prima ancora, Dacia aveva colto il malcontento generale con una trovata che meriterebbe un premio a parte: una campagna di guerrilla marketing in cui regalava borse dell’acqua calda brandizzate, con la stessa ironia tagliente di chi dice “il caldo, da noi, è ancora incluso nel prezzo”.
Due meccanismi di correzione, quindi, non uno solo: la magistratura, quando il controllo è così totale da non lasciare scampo al mercato; la reputazione, quando basta una massa critica di clienti scontenti a far rientrare un’azienda dai suoi stessi piani.
Il problema serio, però, è proprio nel mezzo: dove il lock-in è troppo diffuso per essere imputato a un singolo colpevole boicottabile, e troppo normalizzato perché un regolatore lo isoli come abuso. È lì che il rischio per il consumatore diventa strutturale e, come vedremo, è un rischio che nasce quasi sempre in scala, mai in una PMI.
Perché la servitizzazione onesta nasce piccola, non grande
C’è un paradosso, in tutto questo. I quattro casi che abbiamo visto (Sony, BMW, Haier, Apple) sono tutti fenomeni da colosso. E non per caso: per bloccare hardware già venduto, revocare licenze già pagate o chiudere un ecosistema serve una base installata enorme, potere negoziale sui contratti di licenza, e la capacità di reggere settimane di titoli di giornale negativi senza che il fatturato ne risenta davvero.
Nessuna PMI ha questi strumenti. E la buona notizia è che non le servono nemmeno, perché la servitizzazione che funziona per una PMI è, quasi per definizione, quella onesta.
Il motivo è tutto nel bilancio. Una multinazionale il capitale per comprare hardware ce l’ha già, o lo trova a condizioni che una PMI si sogna. Per lei il DaaS (Device as a Service) è un’opzione tra tante.
Per una PMI, è la differenza tra immobilizzare capitale che serve altrove (crescita, magazzino, personale) e liberarlo tenendo comunque tecnologia aggiornata.
Lo stesso vale per la gestione: un’azienda con venti dipendenti raramente ha un reparto IT strutturato per occuparsi di ciclo di vita, sostituzioni, sicurezza dei dispositivi. Esternalizzarla a un provider è spesso l’unico modo per averla fatta bene.
In Italia, è un mercato già maturo. Fleet, Digiland, SDKappa e gli altri provider di noleggio operativo offrono contratti da 12 a 72 mesi, con canoni interamente deducibili da IRES e IRAP, un vantaggio fiscale che, per una PMI italiana, pesa quanto il vantaggio finanziario.
La servitizzazione di cui scrivo da tempo è un’infrastruttura già disponibile a chi la vuole usare.
Il rovesciamento, allora, è questo: le versioni tossiche della subscription economy sono un lusso, o un vizio, che solo chi controlla mercato, hardware e software insieme può permettersi.
Una PMI che fa DaaS non ha la forza per tradire il patto anche volendo. Deve necessariamente rispettarlo, perché il fornitore che sceglie ha lo stesso potere contrattuale del cliente, non dieci volte tanto. Il che rende la servitizzazione, paradossalmente, più sicura proprio dove il portafoglio è più piccolo.
Subscription economy: la vera gabbia non è l’abbonamento
Quando scrivevo “La gabbia perfetta” pensavo soprattutto alle PMI intrappolate nelle proprie abitudini, quelle che scambiano la comodità del “si è sempre fatto così” per sicurezza.
Rileggendo oggi i casi di Sony, BMW, Haier e Apple, mi accorgo che la gabbia ha semplicemente cambiato forma. Non è più solo mentale. È contrattuale, ed è firmata in un clic, spesso senza nemmeno leggere cosa si sta davvero sottoscrivendo.
Le tre domande che abbiamo usato (cosa ricevi in più, chi si prende il rischio, puoi uscirne senza perdere ciò che avevi) non servono a decidere se abbonarsi o comprare ma a smascherare la differenza tra chi ti sta offrendo un servizio e chi ti sta semplicemente affittando qualcosa che ti apparteneva già.
Washpass di Haier supera il test. I sedili riscaldati BMW no. Non perché uno costi meno dell’altro, ma perché uno aggiunge valore e l’altro lo sottrae travestendolo da comodità.
Quindi sì, la subscription economy è un rischio per il consumatore ma è un rischio che cresce con la scala, non con la formula in sé. Nasce dove hardware, software e regole del gioco stanno nella stessa mano, e quella mano è abbastanza grande da poterle cambiare a piacimento. Un tribunale europeo o una campagna di guerrilla marketing con le borse dell’acqua calda possono correggerlo, ma solo dopo che il danno è già circolato su ogni testata di settore.
E no, non funziona solo per le big corp. Funziona meglio per chi non ha la forza di tradire il patto: la PMI che fa noleggio operativo non ha il potere contrattuale per trasformarsi in un caso BMW, anche volendo. Deve restare onesta perché non ha alternative. È, se vogliamo, l’unico ambito in cui essere piccoli è un vantaggio competitivo vero.



